Testa
Harvard

La felicità, dicono i poeti, è un attimo, un momento irripetibile. Roba vecchia, rispondono insegnanti e psicologi di ultima generazione: la felicità può durare tutta la vita, basta impararla. Ecco allora che, da chimera irraggiungibile, la felicità diventa materia di studio, con teorie proprie e tecniche d'insegnamento. Come la letteratura o la filosofia. I primi corsi di 'well-being' si fanno largo nelle sedi accademiche più prestigiose di Usa e Gran Bretagna: lezioni tutte sperimentali, in bilico tra lo scetticismo dei docenti 'vecchio stampo e l'entusiasmo degli studenti che affollano le aule.

L'esempio più emblematico è quello dell'ateneo di Harvard, roccaforte del sapere americano, frequentato dai rampolli degli Stati Uniti. Qui il corso di Psicologia positiva del professor Tal Ben-Shahar conta più iscritti di quello di Economia, per cui l'università è famosa in tutto il mondo: circa 900 studenti curiosi di conoscere come si diventa felici. Al Wellington College di Crowthorne, istituto privato inglese, preside e docenti ritengono invece che la felicità, come le buone maniere, vada insegnata già nella scuola superiore, dai 14 ai 16 anni: età delicatissima, quella in cui gli adolescenti, bombardati da messaggi di ogni tipo, sono impegnati - più o meno consapevolmente - a costruire la propria personalità. Un'ora a settimana sarà dunque dedicata all'apprendimento del 'vivere bene'.

Lontani dalla visione New Age o dalle pillole di felicità fai-da-te che riempiono gli scaffali delle librerie e le pagine dei settimanali femminili, i corsi di 'well being' si fondano sulla base della psicologia positiva: una scienza relativamente recente, ma solida e adeguatamente documentata. Non ancora approdata alle cattedre universitarie, ma non per questo meno degna di essere studiata e considerata dalla comunità scientifica. Soprattutto, terribilmente di moda in un momento - come questo - in cui non circolano abbastanza soldi per credere che potranno fare la felicità. In cui l'ossessione della perfezione fisica, del successo a tutti i costi, del consumo sfrenato cozza con le prospettive reali.

Ma non si tratta di un ritorno alla semplicità o di un ridimensionamento delle ambizioni. "L'obiettivo della psicologia positiva", spiegano dalla Società italiana di Psicologia positiva, "è cavare ciò che di buono c'è in un individuo, scoprirne le potenzialità e le risorse e svilupparle in relazione alla propria personale interpretazione del benessere e della qualità della vita. L'approccio è quindi opposto a quello della psicologia tradizionale, che tende ad analizzare solo i deficit e le patologie del soggetto. Si cerca invece di assecondare le abilità della persona perché si sviluppino in armonia con la collettività: la felicità individuale si realizza solo nell'ambito dello spazio sociale".

Ma come si arriva al benessere e quindi alla felicità? Secondo il professor Ben-Shahar, bisogna lavorare su autostima, empatia, amicizia, amore, ottimismo, ma anche creatività, spiritualità, musica e senso dell'umorismo. Temi, questi, che costituiscono l'ossatura del suo insegnamento accademico.

AScuolaFelicita

La psicologia si è dedicata principalmente alla risoluzione di disagi e problemi, ma non ha prestato altrettanta attenzione ai meccanismi del benessere della mente. Perché la serenità è importante e si può raggiungere superando i momenti negativi e sviluppando le proprie potenzialità.

Un sogno impossibile? Non per la psicologia positiva, che da oltre venti anni studia la promozione del benessere soggettivo, e che al recente congresso dell’Aiamc (Associazione italiana di analisi e modificazione del comportamento) ha messo a tema l’apprendimento del pensiero positivo.

La felicità non va vista come un’emozione fugace e fuori dal controllo della persona, ma come una condizione di lungo respiro che dipende dai propri valori, atteggiamenti e stile di vita. Non si nasce felici, ma è importante impostare una visione ottimistica del proprio mondo interno ed esterno. L’ottimismo ha una valenza terapeutica e preventiva nei confronti della depressione, garantisce maggior benessere anche nelle persone sane, agisce sull’autostima e aumenta la risposta immunitaria.

L’Organizzazione mondiale della sanità riconosce che la qualità della vita è rappresentata dalla percezione che gli individui hanno della loro posizione nella esistenza, nel contesto della cultura e del sistema dei valori nel quale vivono.

Il tutto in relazione ai loro obbiettivi, aspettative e preoccupazioni. Si tratta di un ampio concetto multidimensionale che incorpora una complessa rete di variabili, tra cui la salute fisica della persona, il suo livello di autonomia, i suoi rapporti sociali, il suo stato psicologico e altro.

Corso di psicologia positiva nell'ateneo Usa: è più affollato di Economia.Le materie: autostima e ottimismo La felicità non ha prezzo, i soldi non fanno la felicità. La felicità non si può comprare. La felicità, però, si può imparare. Siamo ad Harvard, uno degli atenei più competitivi d'America - e del mondo. Se camminando per i viali del campus il martedì e il giovedì mattina, intorno alle 11.30, doveste imbattervi in una massa indistinta di studenti che si affretta verso l'entrata del Sanders Theatre, l'atteggiamento tipico di chi deve accaparrarsi un posto in prima fila, rasserenatevi: non si tratta dei futuri «squali» dell'Mba, ma dei pupilli di Tal D. Ben-Shahar, giovanissimo (ha 35 anni) docente di Psicologia positiva.

Il suo corso è il più popolare dell'università: 855 iscritti. Fondamenti di economia, di norma in vetta alla top ten dell'affollamento, si è fermato a quota 669. «Corsi per la felicità», così li definisce il Boston Globe , guardando con aria stupita al nuovo fenomeno che spopola tra gli universitari di stanza a Cambridge, Massachusetts.

E non solo: negli ultimi anni, oltre 100 campus statunitensi hanno spalancato le loro porte alla psicologia positiva, ammessa a pieni voti - con tanto di bacio accademico - tra i programmi curricolari. «Dovrebbero seguirlo tutti - si entusiasma Nancy Cheng, studentessa di biologia e accanita fan di Ben-Shahar; in un ambiente frenetico e competitivo come questo, è fondamentale che le persone trovino il tempo per fermarsi e respirare».

Per Ed Diener, psicologo dell'università dell'Illinois, la soluzione migliore è chiedere ai volontari: "Da uno a sette, quanto sei felice?". Ripetendo la domanda in vari momenti della giornata è possibile tracciare il grafico della felicità individuale. "Come metodo non è perfetto, ma funziona" sostiene Diener.

Seguendo una tecnica simile, il British Household Panel Survey nel 2003 è arrivato alla conclusione che gioventù non è affatto sinonimo di contentezza. La curva della soddisfazione registra infatti un picco negativo intorno ai 40 anni, per poi tornare a salire e raggiungere il massimo al momento della pensione.

Conclusioni opposte aveva raggiunto uno studio dell'università di Goteborg a gennaio 2006. "Felicità non è stare stesi al sole, bensì lavorare" spiegò il professor Bengt Bruelde. "Più ci si impegna più ci si avvicina alla felicità". Il peggiore degli sbagli è correre dietro ai beni che danno un'assuefazione rapida. Prosegue Bruelde: "Il denaro rende felici solo temporaneamente, così come una nuova auto. Quando ci si abitua rapidamente a qualcosa, il piacere si esaurisce".