Perchè è' così difficile liberarsi dalla dipendenza da tabacco?
Il comportamento dipendente (da tabacco, alcol, sostanze, oggetti, persone, azioni...) viene comunemente
configurato dagli analisti come un meccanismo di difesa adottato da individui che hanno in comune una fragilità
del sistema dell'Io e fattori di rischio quali carenza di autostima, di maturità critica, di autonomia decisionale
e affettiva, incapacità a risolvere i problemi, di tollerare le frustrazioni, di superare la paura dell'insuccesso,
di controllare gli impulsi...e via dicendo.
E’ vero che questi individui possono essere individuati già da piccolissimi come "ragazzi a rischio"?
Certamente. A differenza dei coetanei che meglio adattati all'ambiente, sono comunicativi, fattivi, sereni, gioiosi... questi soggetti invece
collezionano in ogni occasione riprovazioni, punizioni, definizioni denigratorie nelle quali purtroppo sempre più si identificano...Così li
vediamo impulsivi, intolleranti alle regole, crucciati, irascibili, ribelli, sfidanti..oppure eccessivamente adattati, esageratamente ubbidienti,
perfetti, con conseguente difficoltà di inserimento nel gruppo dei coetanei, a discapito del concetto di sé.
Da studi condotti emergono inoltre due aspetti ricorrenti: una loro forma di dipendenza da persone, da oggetti, dalla malattia, da sostanze,
dalle azioni....accomunata a una loro assoluta incuranza per gli effetti negativi della condotta autodistruttiva adottata. Dipendenza e
autodistruzione sono dunque i comportamenti da cogliere per incentrare su questi gli interventi preventivi volti a offrire al soggetto
opzioni più sane e socialmente accettabili, in risposta a quei bisogni e atteggiamenti che tendono a portarlo verso le varie forme di distruttività.
Quali le origini di queste forme di dipendenza?
Il percorso di crescita si evolve attraverso fasi successive che si snodano dal rapporto simbiotico primario verso graduali conquiste tendenti al
conseguimento di una sana autonomia. Ma questo processo può essere turbato dall'intervento di situazioni traumatiche risalenti alla madre
(eccessivamente indifferente o iperprotettiva) e/o ad un ambiente disagiato oppure a fattori fisiologici per cui i legittimi bisogni di
attenzione, considerazione, comprensione, protezione, appartenenza, intimità del bambino restano insoddisfatti.
Questa frustrazione provoca un trauma per cui questi bisogni rimangono esclusi dalla personalità in evoluzione, generando pensieri, sentimenti,
comportamenti particolari, non controllati dalla razionalità matura dell'individuo. Questi quindi non ha una personalità integrata: una parte
infatti è in sintonia con la sua età anagrafica, qualunque essa sia, una parte è ancorata alla primissima infanzia e denuncia l’incongruenza,
le contraddizioni, l’incoscienza di quella età. Il soggetto riconosce i danni che si procura ma sente di essere impotente nei confronti di queste
forze interiori che lo condizionano.
Per maggiore chiarezza denominiamo “personalità I°” quella congelata nella fase infantile, “personalità II°” quella che matura in relazione all’età anagrafica.
Sarebbe più facile intervenire se la “personalità I°” si esprimesse con il tono di voce, il linguaggio, gli atteggiamenti tipici dei bambini di due,
tre, quattro anni. In quel caso la “personalità II°” e l’ambiente potrebbe forse comprendere. In verità alcuni segnali possono essere colti, ma sono
troppo deboli e sfuggono al controllo sia del protagonista che degli spettatori !
In questi casi la persona cioè presenta una dualità per cui i suoi comportamenti sono talvolta ponderati, equilibrati, in sintonia a quella che abbiamo definito
come “personalità II°”, altre volte denunciano l’incoerenza, l’incoscienza, l’autolesionismo della “personalità I°”. Purtroppo queste due istanze non
comunicano tra loro per cui il protagonista è in conflitto con se stesso: egli è consapevole della necessità di un cambiamento ma sente di essere impotente
nei confronti di queste forze interiori potentissime che lo spingono a seconda dei casi, a scoppi d’ira incontrollati, perenni ritardi, mangiare in modo
smisurato, fumare, bere alcol, assumere sostanze, sesso sfrenato… ma non riesce a governare la “personalità I°” che è rigida, impenetrabile, sorda ad ogni
appello esterno ed interno!
Questa dualità intralcia pesantemente il percorso di crescita dell’individuo, il conseguimento della sua autostima, autonomia lungo tutto l’arco della propria esistenza.
Cosa fare?
Solo il protagonista, e nessun altro, può incrinare la ferrea corazza di quella che abbiamo definito “personalità I°”!
Il lavoro lungo e paziente del terapeuta, ma anche del genitore o dell’insegnante, è quello di rivolgersi sempre in modo razionale, protettivo, gioioso… alla
“personalità II°” del soggetto (in A.T. definita Adulto) perché sempre più energizzata, informata, consolidata… senta di avere finalmente il potere di contrastare
l’ignoranza, la protervia, l’arroganza… della “personalità I°”!!
La persona che ha imparato a "buttarsi via" nel folle tentativo di sedare l’ansia che lo attanaglia, di affermare la propria esistenza attraverso dinamiche autodistruttive
quali quelle di accentrare in ogni modo l'attenzione su di sé, di stupire, di punire, di aggredire l'altro... ha infatti il pressante bisogno di essere riconosciuto,
accolto, accettato, amato... per quello che egli è come persona, a prescindere dal suo fare. E imparare inoltre ad esprimere i propri sentimenti in forma diretta e non
distruttiva nei confronti di tutti coloro verso i quali egli prova rabbia, risentimento, rivalsa..
Solo dunque attraverso una graduale rieducazione dei sentimenti nella progressiva identificazione ed espressione, solo quando avrà imparato ad accettarsi, valutarsi,
amarsi, quando avrà instaurato un colloquio interno positivo e rassicurante, avrà imparato a fidarsi di se stesso..... il soggetto potrà conseguire, insieme alla propria
dignità e rispetto del proprio valore, anche la gioia di vivere e il senso della propria esistenza.
Il segreto consiste nel modo in cui il genitore interagisce con il bimbo quando questi è spaventato, intimidito, in collera, triste… quando cioè le sue emozioni diventano intense.
Può capitare in questi casi che l’adulto sia smarrito, ansioso, infastidito, ferito o sopraffatto dalla rabbia o tristezza del figlio; può darsi che sia convinto che le emozioni
rendano deboli le persone, che i sentimenti dei bambini siano irrazionali…Oppure può accadere che egli stesso abbia scarso contatto con la propria sfera emotiva e pensi che soffermarsi
sugli stati d’animo negativi sia improduttivo, una perdita di tempo…
Così reagisce punendo, mettendo in ridicolo il piccolo, oppure cerca di distrarlo minimizzando i suoi sentimenti e sminuendo gli avvenimenti che li hanno provocati... precludendosi in
ogni caso la possibilità di comunicare con lui sul piano emotivo.
Se invece l’educatore riesce a riconoscere in quell’emozione un’opportunità di intimità e insegnamento, mettendosi nei panni del bambino e convalidando i suoi sentimenti; se gli sta
vicino mentre il piccolo piange e lo aiuta a trovare le parole per definire ciò che sta provando mentre esplora le strategie per risolvere il problema; se lo ascolta evitando i
rimproveri e ogni forma di svalutazione, lo sostiene, contiene le sue paure…. gli trasmette sentimenti di speranza, ottimismo….
Se in sostanza durante tutta la crescita riesce a rimanere in contatto con i bisogni quotidiani del figlio… il genitore diventa gradualmente un buon “allenatore emotivo” e fornisce
al ragazzo preziosi strumenti per far fronte ad ogni avversità della vita.
Perché è così difficile liberarsi da questi condizionamenti?
Molto potenti ed energizzanti, questi bisogni cercano invano un loro soddisfacimento portando l'individuo a ripetere all'infinito atteggiamenti, pensieri, comportamenti tipici
di quel periodo remoto in cui è avvenuto il trauma, di un tempo cioè in cui molto scarse erano le proprie informazioni, le conoscenze, lo sviluppo.
E il soggetto agisce come un automa, compie azioni che egli stesso non approva sentendole come estranee alla propria volontà. Riconosce i danni che ne conseguono ma sente di
essere impotente nei confronti di queste forze interiori che lo condizionano.
Questi conflitti interiori intralciano pesantemente il percorso di crescita del soggetto, il conseguimento di una propria autonomia, lungo l'intero arco della propria esistenza
per cui l’individuo continua a cercare affannosamente di colmare la sua ansia di base, l'angoscia, il senso di vuoto, il bisogno di appoggio, di sostegno... attraverso varie forme
di dipendenza: da persone, da oggetti, da tabacco, da cibo, da azioni, dalla malattia, da sostanze varie, dal gioco..sempre spinto in ogni sua azione da incontrollabili impulsi emotivi
non filtrati dalla capacità critica. E proprio questa carenza non permette al soggetto una ferma decisione di cambiamento.
In che modo è possibile un'azione preventiva?
Attraverso la diminuzione delle critiche, la focalizzazione delle qualità positive, la valorizzazione delle sue potenzialità, l'entusiasmo della sua esistenza, la gioia per la sua
appartenenza alla realtà familiare e scolastica... è possibile modificare il bisogno del ragazzo di dipendere da persone o cose, ricorrere alla malattia, opporsi, sfidare, farsi del male....
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